La baia dei pirati
“Ci sembra fuori dal mondo questa difesa dei ladri”, dice Enzo Mazza, presidente di Fimi.
E non sa quanta ragione ha. Peccato che non ha capito chi sono i veri ladri.
Il primo di agosto un certo procuratore di nome Giancarlo Mancusi a disposto il “sequestro preventivo” del sito www.thepiratebay.org. Quello che è stato eseguito è tutt’altro che un sequestro, le attività si sono concretizzate in ordini forniti ai vari ISP di bloccare indirizzi e nomi di dominio.
Ma quello che è venuto fuori come effetto collaterale è il fatto che l’autorità italiana faceva già phishing ai danni di TPB e suoi utenti, proprio per la IFPI, fornendo le credenziali degli utenti italiani a pro-music, una organizzazione che si preoccupa di denunciare i naviganti per infrazione di Copyright. Il fatto è stato scoperto simultaneamente da Metteo Flora e Peter Sunde.
Non è per la prima volta che i commercianti dei contenuti fanno ricorso a mezzi illegali, un articolo di The Inquirer del 22 ottobre 2007 segnalava un accordo tra MPAA e un “cracker” per poter spiare il mondo dei torrentisti:
MPAA executive Dean Garfield sent a contract to Anderson, offering to pay him $15,000 in exchange for confidential information about both Torrentspy and Piratebay, their owners and software. With a wink and a nod, the written contract specified that both parties were to keep the contract strictly confidential, but that all information was to be collected “through legal means “.
Per ovvie ragioni di censura (interessi Mediaset) i giornali italiani non hanno raccontato la notizia in modo adeguato. L’unico giornalista che ha scritto è Alessandro Longo in una serie di articoli su Repubblica.
Ma sebbene sappiamo tutti chi sono i torrentisti, perché non ci domandiamo chi si trova dall’altra parte? Saranno gli artisti? Ovviamente no, IFPI, come MPAA, non è altro che un’organizzazione che protegge i diritti dei commercianti di contenuto artistico. Ultimamente alcuni artisti hanno cominciato accorgersi che questi mediatori non stanno facendo altro che forzarli a produrre contenuti vendibili a discapito della qualità artistica. Non conoscendo molto il mondo italiano posso fornire due esempi della musica rumena:
- Dana Nalbaru ha deciso di rendere gratuito il suo ultimo album. Sempre Dana ha portato delle accuse ai vari produttori rumeni che gli limitavano la possibilità di esprimersi nella sua musica, chiedendo insistentemente videoclip sexy facilmente vendibili.
- Florin Chilian ha aspettato più di quattro anni a pubblicare il suo album “Zece” perché non riusciva a trovare un accordo soddisfacente con nessuno dei produttori. Alla fine ha deciso di produrre in proprio l’album.
Se qualcuno di voi trova casi simili in Italia per favore fatemi sapere aggiungendo dei commenti al presente articolo.
Nella mia umile opinione IFMI non lotta affatto per gli artisti italiani, bensì per i soldi dell’industria della musica, cioè per quei produttori che mutilano l’arte per renderla abbastanza “trash” da poter essere distribuita secondo il loro gradimento esclusivamente monetario. Non è che un altro cartello, simile al Federfarma o a Mediaset, il cui ragion di essere è quello di eliminare la concorrenza con qualsiasi mezzo, anche sleale.
Questo tipo di fenomeno – dove gli intermediari si aggregano per colpire la libera concorrenza sul mercato – è abbastanza diffuso in Italia. Io stesso, lavorando nell’industria dell’informatica, mi considero vittima di un certo tipo di “caporalato”, praticamente tra me e il mio cliente attualmente ci sono due intermediari la cui ragion di essere mi sfugge completamente.
Questo tipo di intermediari utilizzano le leggi, come quella sui diritti di autore, per ottenere esclusività ingiuste. Questi intermediari aggiungono solo sul prezzo e non sul valore dei beni.
Rendiamo il mercato della musica trasparente come internet. Sono sicuro che gli artisti avranno solo da guadagnare e la pirateria non avrà più tanto senso.
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- Published:
- 2008-08-19 / 5:37 pm
- Category:
- Consumismo, Media
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